La sigaretta elettronica fa male veramente?

La sigaretta elettronica fa male?
Anche nel Regno Unito la sigaretta elettronica fa male? Foto di Paulio!

Un anno fa, di questi tempi, scoppiava il boom della sigaretta elettronica: per strada si vedeva un sacco di gente che aspirava voluttuosamente vapore, i negozi specializzati sorgevano come funghi ed erano sempre pieni e i primi ad avere avuto il coraggio di gettarsi nel business pensavano veramente di aver fatto una scelta azzeccata; salute e risparmio (e, diciamocelo, anche la moda del momento) erano i motori trainanti di questo fenomeno. Si trascuravano, però, le forze contrarie alla diffusione di questo oggetto: produttori e venditori di sigarette, in prima battuta, per motivi fin troppo ovvi legati alla contrazione dei loro affari, e farmacisti in seconda, che vendevano altri prodotti per smettere di fumare, come chewing gum e cerotti, o sigarette elettroniche usa e getta, costose quasi come quelle tradizionali. L’erario perdeva soldi per il mancato incasso delle accise sui tabacchi, dimenticando il fatto che ne entravano altri dai negozi di e-cig che, comunque, pagavano Iva, contributi e altre imposte.Chi si sentiva tagliato fuori dall’affare cercava di ostacolarlo disseminando paura, incertezza e dubbio, utilizzando la tecnica di marketing nota come Fud (Fear, Uncertainty and Doubt), che consiste nel diffondere informazioni negative, vaghe o inaccurate (nel caso nostro basate su presunte e generiche ricerche scientifiche magari svolte su campioni scarsamente significativi) sul prodotto concorrente, tali da creare un clima che scoraggi l’acquirente.

La sigaretta elettronica fa male? No, fa malissimo! A un certo punto, ad ascoltare le voci terroristiche diffuse dai media, sembrava quasi che la e-cig facesse cadere stecchito chiunque vi si accostasse, mentre le sigarette tradizionali fossero un toccasana per la salute: si arrivò a dire, certo in modo non ufficiale, che la “bionda” faceva meno  male dell’e-cig che era radioattiva, faceva venire l’acqua nei polmoni, era più cancerogena della sigaretta, e i liquidi contenevano arsenico, cadmio, piombo e pure la famigerata kriptonite viola, e poi scoppiava in faccia a chi la usava (problema che è capitato, episodicamente, anche con le batterie dei telefonini di marche famose). Un altro argomento contrario era che la sigaretta elettronica non aiuta a smettere di fumare in quanto ripropone la gestualità della sigaretta tradizionale: in base a questo principio si dovrebbe proibire anche qualsiasi tipo di bevanda, acqua inclusa, perché il gesto di sollevare il bicchiere o di bere dal collo della bottiglia è lo stesso che si fa quando si assumono forti dosi di alcoolici. Dietro queste affermazioni, a nostro parere, c’era molta ipocrisia e il preciso obiettivo di tutelare interessi che la diffusione della sigaretta elettronica avrebbe potuto intaccare.

La presenza di nicotina nei liquidi autorizzava gli appetiti di alcune categorie di commercianti, pronti a dire che le sigarette elettroniche le potevano vendere solo loro: alcuni perché le volevano assimilate ai tabacchi tradizionali, e altri perché la nicotina, in quanto sostanza velenosa, era di loro competenza e i liquidi erano da considerarsi prodotti farmaceutici (“farmaco” deriva dalla parola greca “ϕάρμακον”, che vuol dire “veleno”: sulla base dello stesso ragionamento avrebbero dovuto avocare a sé anche la vendita di candeggina e altri detergenti basati sull’ipoclorito di sodio, di ammoniaca e di acido muriatico, tutte sostanze tossiche, velenose e corrosive, prodotti che possiamo acquistare dal salumiere senza alcuna cautela). Tutti “sinceramente” preoccupati per la salute dei consumatori, al punto di volerli tutelare anche loro malgrado.

Passa la primavera e il boom diventa una bolla di sapone e, come tale, si dissolve; molti utenti della sigaretta elettronica, spaventati dalle notizie, e dall’incertezza (le tassano, non le tassano, le tassano sì, e anche assai), decidono di tornare alla sigaretta tradizionale. Chi aveva creduto nel mercato comincia a sentirsi scoraggiato e a pensare di differenziarsi: alla contrazione delle vendite si associa una più che proporzionale diminuzione delle notizie terroristiche sui danni della sigaretta elettronica. Il partito del tabacco ha vinto? Una battaglia, può essere,  certo non la guerra.

Dapprima timidamente, poi con forza sempre maggiore, incominciano ad apparire notizie di segno contrario: la sigaretta elettronica forse non fa così male, forse aiuta veramente a smettere di fumare, forse è il caso di cominciare a parlarne in altri termini. Si pubblicano studi che dimostrano che l’assunzione di nicotina da e-cig è inferiore a quella da sigaretta tradizionale, e voci autorevoli dichiarano, senza mezzi termini, che ogni persona che smette di fumare grazie alla sigaretta elettronica è un beneficio per le casse dello Stato che, nel medio-lungo periodo, potrà veder calare le spese sanitarie per la cura delle patologie, gravi e spesso letali, non dimentichiamolo, legate all’uso della sigaretta.

Ma questa è un’altra storia e ce la riserviamo per la prossima volta.
Mario Govoni

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